
Tratto da www.rebusmagazine.org
di Polonio210
«Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita».
Gian Maria Volontè
Molto si è scritto e si è detto sull’ultimo film di Daniele Vicari: «Diaz» fa riflettere, ha osservato la stampa democratica, «Diaz» va visto. Per quanto vivido sia il ricordo di quelle giornate – e lo è ancor di più per coloro i quali erano fisicamente presenti al G8 di Genova – osservare alcune scene del film, di cui si erano lette testimonianze e carte processuali, suscita indubbiamente un forte impatto emotivo. Come è potuto accadere tutto ciò? A questa domanda Vicari e la sua pellicola non rispondono. «Io racconto la sospensione dei diritti civili in un paese democratico», ha dichiarato il regista ad Alias, il supplemento culturale de Il Manifesto. Di seguito riportiamo alcuni stralci di questa significativa intervista, una sorta di interpretazione autentica della pellicola e del suo valore politico, e partendo da questa svolgiamo alcune considerazioni. (continua…)